C’è qualcosa di intrinsecamente autunnale, di una bellezza che profuma di polvere e legna bruciata, nel procedere solipsista di Tony Wakeford. Dopo aver contribuito a tracciare le coordinate del genere con i primi vagiti marziali, Wakeford abbandona qui ogni residuo di urto frontale per immergersi in una sorta di camera oscura dell’anima. "In The Rain" è il momento in cui il neofolk smette di guardare esclusivamente ai miti del passato per specchiarsi in una disperazione privata, urbana, terribilmente quotidiana. Dimenticate le percussioni ossessive e le retoriche declamate; qui a dominare è un baritono mai così fragile, sorretto da una trama di violini, violoncelli (grazie al contributo essenziale di Matt Howden) e flauti che tratteggiano una folk-noir music cameristica e decadente. La title-track apre il sipario su un paesaggio di pioggia incessante, dove la malinconia non è più una posa estetica, ma una condizione esistenziale. Il punto di forza del disco risiede in questo equilibrio precario tra il recupero di una tradizione folk inglese (si ascolti la superba An English Garden) e un nichilismo che non trova pace, distillato in ballate dal sapore antico ma dalla ferocia concettuale modernissima come Europa in Flames. Wakeford si conferma un paroliere formidabile nel dipingere la fine delle ideologie e il naufragio del sacro in un mondo ridotto a simulacro. Non c’è salvezza tra queste solchi, solo la dignità di un uomo che osserva la tempesta dalla finestra di un club per gentiluomini decaduti. Se il neofolk ha spesso rischiato di soffocare sotto il peso dei propri simboli, con In The Rain trova la sua via di fuga più nobile: quella della pura, nuda e straziante canzone.
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