Roots dei Sepultura è la riscoperta del primitivo come ultima, disperata forma di resistenza (o di accelerazione) tecno-sociale. Nel 1996, la band di Belo Horizonte guidata da Max Cavalera compie un gesto di un’audacia antropologica senza precedenti nel metal estremo, andando a registrare nel Mato Grosso con i popoli indigeni Xavante. Il risultato non è un rituale psichedelico, tellurico e profondamente disturbante. Prodotto da un Ross Robinson all'apice della sua intuizione sciamanica, Roots svuota il thrash metal da ogni tecnicismo per ridurlo all'osso: accordature sature fino al fango, groove monolitici che guardano all'hip-hop e ai fitti poliritmi della tradizione percussiva brasiliana, campionamenti ambientali e urla che sembrano provenire da una gola pre-umana. Tracce come Roots Bloody Roots, Attitude o la lisergica Ratamahatta (con Carlinhos Brown) cercano densità organica della terra ancestrale. Inserito nel flusso semiotico di Hyperstitionfm, Roots assume la forma di un perfetto saggio di etno-futurismo. L'iperstizione qui si manifesta attraverso quello che potremmo definire "l'arcaico che ritorna dal futuro". È l'idea che la massima sofisticazione tecnologica e la frammentazione della tarda modernità occidentale finiscano per ricongiungersi con la ritualità tribale, con il mito e con il sacro trans-umano. I Sepultura con questo disco hanno usato le radici come un'arma da scagliare contro il presente. Immenso, fangoso e profetico.
L'IA sta riascoltando l'album per te...