Helmet – Betty (Interscope, 1994) Nel 1994, dopo il successo di Meantime (1992) che aveva portato gli Helmet a un pubblico più ampio grazie a pezzi come “Unsung”, Page Hamilton e soci pubblicano il loro terzo album in studio. Betty arriva su major, prodotto da Butch Vig, con un cambio di formazione: Rob Echeverria sostituisce il chitarrista Peter Mengede. Il disco si posiziona al n. 45 della Billboard 200, il miglior piazzamento della band fino a quel momento, e include “Milquetoast” (già apparsa come “Milktoast” nella colonna sonora di The Crow). Dal punto di vista filologico, Betty rappresenta un’evoluzione naturale rispetto al minimalismo claustrofobico e alla ferocia quasi hardcore di Meantime e del debutto Strap It On. Il suono si apre leggermente, mantenendo il marchio di fabbrica degli Helmet: riff in drop-D sincopati, precisione ritmica quasi matematica della sezione ritmica (John Stanier alla batteria, Henry Bogdan al basso) e la voce di Hamilton, tra abbaio gutturale e parti più melodiche. La produzione di Vig dona pulizia e profondità senza annacquare la densità del muro sonoro. L’album si apre con “Wilma’s Rainbow”, un groove pesante e rimbalzante che definisce subito il tono: riff spessi, stop-start precisi, dinamica controllata. Segue “I Know”, con un’intensità vocale più urlata che ricorda il passato, mentre “Biscuits for Smut” gioca su un riff nato quasi per caso e su un trattamento vocale filtrato. “Milquetoast” resta uno dei brani più accessibili, con una struttura che bilancia melodia e peso, anche se il solo sfocia in un wall of noise che richiama influenze noise-rock (Band of Susans, tra le esperienze precedenti di Hamilton). Il disco mostra una maggiore varietà rispetto ai lavori precedenti. Brani come “Street Crab”, “Clean” e “Overrated” mantengono il DNA groovy e sincopato della band, con un’attenzione al ritmo che resta il loro elemento più distintivo. Accanto a questi, però, compaiono deviazioni: “Beautiful Love” è una cover jazz di Victor Young destrutturata con inserti noise; “Sam Hell” vira verso un blues distorto con banjo elettrico; “The Silver Hawaiian” introduce un funk strambo e quasi giocoso. Queste scelte non sempre funzionano allo stesso livello (alcuni momenti intermedi sembrano riempitivi o esperimenti non del tutto risolti), ma testimoniano la volontà di Hamilton di non ripetersi e di allargare il vocabolario oltre la formula collaudata del power-groove. Rispetto a Meantime, Betty appare meno monolitico e più “pensato”: le canzoni sono in generale più digeribili, le strutture meno rigide, la produzione più aperta. Questo ha generato, all’epoca, qualche perplessità da parte di chi cercava la stessa ferocia spartana; con il tempo, però, il disco ha rivelato una sua coerenza interna, fatta di precisione chirurgica e di un groove che, pur non innovando radicalmente, consolida e raffina l’approccio della band. In termini di contesto, Betty esce in un 1994 affollato di alternative rock e proto-nu metal. Gli Helmet non inseguono mode, ma contribuiscono involontariamente a definire un’estetica ritmica (quei riff sincopati in drop tuning) che influenzerà molto di quanto arriverà dopo, senza però cadere nelle derive più caricaturali del genere. Non è il disco più feroce né il più sperimentale della loro carriera, ma occupa un posto preciso: un lavoro di transizione maturo, tecnicamente impeccabile, che bilancia continuità e apertura senza tradire l’essenza del gruppo. Oggi, a distanza di oltre trent’anni, Betty suona ancora solido e funzionale. Non un capolavoro assoluto, ma un album onesto e ben costruito, rappresentativo di una band che ha saputo evolvere senza snaturarsi. Consigliato a chi apprezza il noise-rock americano degli anni ’90 nella sua variante più ritmica e controllata, lontano da eccessi emotivi o pose.
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