Nine Inch Noize

Nine Inch Noize

Nine Inch Nails


Anno 2026
Etichetta The Null Corporations / Interscope
Tracce 12 Brani

Tracklist

# Titolo Brano Durata
1 Intro 1:17
2 Vessel 4:16
3 She's Gone Away 3:32
4 Heresy 3:57
5 Parasite 4:30
6 Copy of A 4:07
7 Me, I'm Not 4:22
8 Closer 5:44
9 The Warning 3:38
10 Memorabilia 2:35
11 Came Back Haunted 3:39
12 As Alive as You Need Me to Be 4:14

Recensione Ufficiale

Trent Reznor non si ferma mai, e forse è proprio questo il problema. A distanza di pochi mesi dal companion album per Tron: Ares, eccoci serviti Nine Inch Noize, il progetto nato quasi per gioco tra Nine Inch Nails e il producer tedesco Boys Noize (Alexander Ridha). Uscito il 17 aprile, poche ore dopo il set al Sahara Tent di Coachella, il disco è essenzialmente la versione registrata (e un po’ ritoccata in studio) di quel live: dodici tracce, 46 minuti scarsi, che prendono classici e non-classici del catalogo NIN, li spolpano della loro componente rock/industrial più viscerale e li rivestono di una patina elettronica da club. Il risultato? Un disco che suona esattamente come ci si poteva aspettare: pulito, potente, con bassi che pompano e synth che sfarfallano. “Heresy” diventa una specie di techno dark con le voci di Mariqueen Maandig a dare un tocco sensuale; “Closer” viene stiracchiata fino a farla sembrare un pezzo da after-hour berlinese; “Copy of A” e “Vessel” perdono gran parte della loro nervosità originaria per guadagnare in linearità dancefloor. C’è anche “Parasite” degli How to Destroy Angels e una cover di “Memorabilia” dei Soft Cell, tanto per non lasciare niente al caso. Tutto molto professionale, tutto molto “ascolta ad alto volume” come ha raccomandato lo stesso Reznor. Eppure, alla fine dell’ascolto, resta una sensazione di déjà-vu un po’ stanco. Questi non sono veri remix radicali, né un live album sporco e sudato, né un nuovo capitolo della saga NIN. È una via di mezzo furba, un prodotto ibrido che sfrutta l’onda del tour Peel It Back e il momento di collaborazione con Boys Noize (nato dai remix per Challengers e Tron) per confezionare un pacchetto appetibile per i fan da festival. Manca però quella tensione, quell’urgenza distruttiva che ha sempre reso i dischi di Reznor qualcosa di più di un semplice esercizio di stile. Qui tutto fila liscio, i drop arrivano puntuali, i suoni sono impeccabili, ma l’anima sembra annacquata. Sembra quasi che Trent abbia voluto dimostrare di poter trasformare i suoi pezzi in techno senza perdere il controllo, e ci è riuscito. Peccato che il controllo sia proprio ciò che, in certi momenti della sua carriera, ha reso la musica di NIN così disturbante e necessaria. Nine Inch Noize non è un brutto disco. Funziona in macchina, in cuffia, probabilmente spacca dal vivo. Ma è anche il tipico progetto “di contorno” che un artista del calibro di Reznor si può permettere quando ha già scritto pagine fondamentali della musica degli ultimi trent’anni. Serve a tenere caldo il marchio, a far ballare la gente sotto le tende dei festival e a far contenti quelli che vogliono sentire “Closer” con più kick. Per chi invece cerca ancora il Trent che ti entra nella testa e ti lascia un segno, forse è meglio aspettare il prossimo vero album dei Nine Inch Nails, quello che – parole sue – sta già registrando da lunedì. Questo qui, alla fine, è solo un divertissement elettronico ben confezionato. Niente di più, niente di meno.

✍️ CP 24/04/2026
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