C’è qualcosa di profondamente osceno, nel senso etimologico di fuori dalla scena, nell’atto con cui Michael Gira decide di porre fine (allora, nel 1996) alla sigla Swans. Una pira funeraria alimentata dalle scorie di un decennio collassato su se stesso. Soundtracks for the Blind si subisce come un’irradiazione da cesio 137, un’autopsia sonora eseguita su un corpo non ancora del tutto freddo. La critica rock più pigra e anglofona ha liquidato l'opera sotto il rassicurante ombrello del "post-rock" – quasi a voler esorcizzare il terrore di non saper dove incasellare questo monolito di oltre due ore –, Gira e Jarboe compiono un gesto puramente speculativo. È l'iperstizione che si fa nastro magnetico. Frammenti di microfoni nascosti, confessioni rubate a ridosso della demenza senile, droni industriali che sembrano registrati nelle intercapedini di una centrale elettrica abbandonata nella Rust Belt, e improvvise, catartiche deflagrazioni chitarristiche che evocano il senso di colpa dell'Occidente tardo-capitalista. Se i compagni di viaggio di inizio anni Ottanta (i Sonic Youth, per non fare nomi) sceglievano la via di una intellettualizzazione della forma-canzone, gli Swans qui la disintegrano. Brani come The Beautiful Days o Helpless Child appartengono a una psicogeografia del trauma. Sono partiture cinematografiche per non vedenti perché l'immagine è ormai un simulacro saturo, una cecità indotta dai media; resta solo la grana del suono, la violenza del loop analogico che morde la coda a se stesso. Non c’è redenzione in queste ventisei tracce, né la consolazione estetica del dark ambient di maniera. C’è la presa d'atto che il rumore di fondo della nostra civiltà è un pianto interrotto da interferenze statiche. Un disco terminale, immenso, respingente
L'IA sta riascoltando l'album per te...