Leyland Kirby lavora sotto lo pseudonimo The Caretaker dal 1999, ma è con questo disco che il progetto trova la sua formulazione più compiuta: campionamenti di 78 giri di musica da ballo degli anni '30, trattati con riverbero, crackle e rallentamenti minimi fino a farli suonare come un ricordo che si sta dissolvendo mentre lo si ascolta. Il titolo dell'intero progetto viene da Shining — il Caretaker è il ruolo che Jack Torrance occupa all'Overlook Hotel — ma qui il riferimento diventa metafora clinica: Kirby costruisce il disco come simulazione sonora della sindrome di Korsakoff, la forma di amnesia legata all'alcolismo cronico in cui i ricordi remoti restano intatti mentre quelli recenti si cancellano nel momento stesso in cui si formano. It's Just a Burning Memory apre con un loop di sax e archi che si ripete quasi identico a se stesso, con minuscole variazioni di pitch che lo fanno sembrare instabile senza mai collassare del tutto. A Confusion So Thick You Forget Forgetting lavora per sottrazione progressiva: lo stesso frammento torna più volte, ogni volta con qualcosa in meno — un problema di degradazione che imita il modo in cui un cervello danneggiato riprodurrebbe lo stesso ricordo, sempre più povero a ogni richiamo. Non c'è mai un beat, una struttura verso-ritornello, un momento che segnali sviluppo: il disco procede per stasi, loop che si logorano nel tempo dell'ascolto stesso. È forse il caso più diretto, in questo archivio, del principio per cui è stato scelto: il critico Mark Fisher ha citato ripetutamente questo disco come esempio paradigmatico di hauntology — l'idea che la cultura contemporanea, incapace di produrre futuri propri, sia condannata a rielaborare ossessivamente tracce del proprio passato fino a consumarle. Qui l'iperstizione funziona al contrario rispetto ai casi più aggressivi del catalogo (Nakamoto, l'accelerazionismo di Land): un passato immaginario — quello elegante e ormai innocuo della musica da sala da ballo prebellica — che si autoalimenta nel presente fino a produrre un affetto reale, la malinconia di chi ricorda un'epoca che non ha mai vissuto. Il progetto complessivo (Everywhere at the End of Time, uscito a episodi tra il 2016 e il 2019, ne è la naturale prosecuzione) porta questa stessa logica fino alla dissoluzione totale del materiale sonoro, ma è in questo disco del 2011 che il metodo raggiunge il suo equilibrio più preciso tra riconoscibilità della fonte e distanza spettrale dalla stessa.
L'IA sta riascoltando l'album per te...