Dopo il disco precedente, il più intimo e vocalmente sperimentale White Chalk, Polly Jean Harvey si sposta su un terreno completamente diverso: un ritratto corale della nazione inglese, costruito attraverso ricerca storica, letture su Gallipoli e la Prima guerra mondiale, e un registro vocale spostato in un falsetto quasi infantile che stona deliberatamente con la durezza dei testi. Registrato in una chiesa del diciannovesimo secolo nel Dorset con John Parish e Mick Harvey, il disco campiona per la prima volta nella sua carriera frammenti di canzoni popolari e militari d'epoca, incastonati dentro arrangiamenti di autoharp, chitarra elettrica distorta e fiati. The Words That Maketh Murder costruisce una filastrocca quasi grottesca sopra immagini di guerra esplicite — "arti tagliati che pendono dagli alberi" cantato con un tono da nursery rhyme — mentre The Glorious Land campiona letteralmente lo squillo di tromba militare come intro, subito seguito da un testo che chiede sarcasticamente cosa l'Inghilterra coltivi oggi ("orfani e vedove? cannoni, aeroplani, carri armati"). England lavora su un campionamento distorto di una canzone tradizionale albanese trattata fino a diventare irriconoscibile, mentre On Battleship Hill descrive i campi di battaglia di Gallipoli dal punto di vista del paesaggio stesso, che ha ormai riassorbito ogni traccia umana del massacro. Il nesso con Jean Baudrillard qui è preciso: il disco tratta la nazione come costruzione simbolica che si ricompone attraverso i propri stessi miti fondativi — la Grande Guerra, l'identità imperiale, il paesaggio rurale idealizzato — riproposti come segni che hanno smesso da tempo di riferirsi a un referente reale stabile. Let England Shake mette in scena, senza mai schierarsi esplicitamente, il meccanismo stesso della rinascita identitaria contemporanea — l'evocazione di una gloria passata, il lutto per qualcosa di vago e irrecuperabile, la nazione come corpo ferito che chiede di essere vendicato — pur restando un disco scritto con intento critico e non celebrativo. Let England Shake vince il Mercury Prize nel 2011, il secondo della carriera di Harvey dopo Stories from the City, Stories from the Sea, e resta il disco che ha spostato la sua scrittura definitivamente verso il terreno storico-politico, prefigurando il lavoro ancora più esplicitamente giornalistico del successivo The Hope Six Demolition Project.
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